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ALLEGORIA DELL'OCCIDENTE
1992, Mostra alla Galleria Aleph di Milano
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Carlo Adelio Galimberti

di Flaminio Gualdoni

 

Da anni, ormai, Galimberti opera entro lo schema concettuale e visivo d’una pittura, più che anacronistica come i nominalismi vorrebbero, inattuale.
Inattuale nel senso che egli non è, né mai è stato, in cerca di un dover essere della pittura così come la retorica teoricistica delle avanguardie ci ha lasciato in eredità, e che pure ancor oggi nutre, surrettizia, le declinazioni molteplici del postmoderno. Né, a ben vedere, si è posto in prima istanza questioni di modo, e di stile.
Altra è la sostanza che lievita nel suo lavoro, quella di una pittura di valori, radicata nell’etica inflessibile del nihil humani e dunque della storicità dell’arte intesa come luogo proprio di fondazione e manifestazione del senso.
Qual è, dunque, lo snodo cruciale del suo esplicito rapporto con la pittura del passato? Non la nostalgia, non la fantasmagoria delle forme, non il prestigio della factura, ma, sì, l’aristocrazia intellettuale che ne fa il luogo per eccellenza dell’interrogazione fondamentale, e la rivelatrice dei sensi che la ragione non può possedere.
Già nel 1992 Gonzalo Alvarez Garcia scriveva di lui che “Galimberti s’immerge come un palombaro nel mare del passato per carpirne i segreti del presente e per poter intuire il futuro che ci attende”, ponendo ben in chiaro che lo sguardo e l’ethos dell’artista non si consolano nel passato, ma ne fanno il possesso e il dato identitario attraverso cui avvertire i sintomi dell’oggi, sostanza attraverso forma.
La chiave è quella dell’allegoria, e attraverso questa il parlare in figuris del mito, in un processo dai complessi e sottili rapporti con la cultura cinque e secentesca. Essa era, infine, già attualizzazione di un passato, e attraverso questa un riandare alle radici prime per dire del presente. Era, per altri versi, un pastiche intellettualmente affilato tra il presente sovratemporale dei valori primi e le domande fondamentali poste al proprio tempo, in quanto parte di quel continuum eterno.
Galimberti vi immette, del tempo nostro e dei nostri codici di lettura, il veleno di un certo popism, di una pratica di stereotipizzazione e assunzione straniata dei dati iconografici forti, e al tempo stesso il contravveleno di una riappropriazione accelerata sino a una sorta di parossismo rabelaisiano, di enfatizzazione la cui discrepanza mimetica rinnovi la tessitura del senso ulteriore.
Ha scritto nel 2003 Mauro Corradini che “In questo contesto di recupero del mondo classico, inevitabile il ricorso al mito, il bisogno di ridar voce all’intuizione, che salvi l’uomo contemporaneo dalla delusione della scienza, dalla banalità del quotidiano: è la scelta che Galimberti compie e insegue ormai da anni.
La scansione ritmica dell’immagine appare segnata da quelle frammentazioni e frantumazioni narrative, proprie della stagione pop.
L’accostamento e la sovrapposizione di raffigurazioni diverse, desunte da mondi iconografici lontani, trascrivono la rete di relazioni che incidono nella costruzione dell’immagine, e traducono soprattutto la difformità dell’accostamento agli eventi quotidiani che l’artista vive”.
Ecco così dipanarsi il ciclo nuovo de La nave dei folli, fantasmagoria carnascialesca in cui, più ancora che nei cicli suoi precedenti, Galimberti fa collidere e conflagrare alcuni motivi iconograficamente accertati – la maschera (“‘O quanta species’ inquit ‘cerebrum non habet!’”, memorando Fedro) e il quotidiano, vanitas contemporanea – con il rappresentarsi di figure le quali danno vita “ad una sorta di teatro dell’oggi, ad un diorama illuminato e irrorato dalla fervida e sensuale attualità delle cose eppure come sospeso in una luce eburnea e felpata, fuori dal tempo ma presente alla vita” (Seveso).
Il pretesto boschiano è noto, così come note sono le citazioni del Patroclo di David, della Proserpina di Rossetti, della Donna col pappagallo di Courbet, della Caccia di Diana di Domenichino, e le altre tutte, detounées appena, spesso, dall’inversione speculare.
Quelle figure, e schegge non meno eloquenti della modernità, costituiscono una griglia nuova di racconto, non meno mortalmente carnascialesco, negli intenti, di quello del genio olandese: e tuttavia ironico e disincantato, come visto da una distanza incolmabile, come se tutto ciò che diciamo realtà, ora, non potesse apparirci che sulle assi di quel ponte che è palcoscenico della mente, in attesa del sipario.
Viene alla memoria, per affinità stringente, il bellissimo libro di Gregory Norminton, che fa della Nave dei folli una struttura teatrale con quei suoi “viaggiatori stazionari” che “stanno semplicemente ammazzando il tempo”, ciascuno dei quali racconta per paura del silenzio, per credere ancora di esistere. Proprio come i personaggi di questi dipinti, increduli ormai della storia, naufraghi nel tempo.

Essere folli per essere sani

di Fabio Gaimberti

 

La nave che trasportava quei personaggi insensati, andando alla deriva come la mente del suo equipaggio, esposta ai flutti quanto al ludibrio delle genti che ne tolleravano l’approdo, oggi non è più dei folli; se gli uomini del tardo medioevo la stipavano di alienati per ritrovare nello specchio di casa un’immagine dai contorni ragionevoli, adesso, che non è più la follia della vita ad insidiare il senso dell’esistenza, come ancor prima la morte in trionfo, ritroviamo quella nave, la chiglia in secca, nel cuore delle nostre città. Non è più un simbolo di trascendenza. Un tempo sì dava la possibilità di andare oltre la solidità terrena e allentare gli ormeggi della ragione. Ma ora dove ci porta, in quale aldilà ci invita? Guardatela, è di cartone, avanza in un mare di cartapesta e l’unico mondo che promette è il nostro.
L’alterità non è lontano dalle nostre rive in lidi sconosciuti e, se in Bosch torceva le fattezze ai naviganti, ora stravolge e deforma noi, che siamo ognuno a bordo e che, per quanta confidenza diamo alle cose che abbiamo sotto mano (macchine, plastica, televisione e cemento), ci aggiriamo in un ambiente sempre più insolito e straniante. La nave che ha preso il posto della stultifera ha imbarcato l’identità familiare delle cose e trascina al largo proprio l’aspetto riconoscibile degli oggetti, dei volti, dei corpi. La pazzia – come è noto – ha invece preso cittadinanza e, come i pittori colgono bene, sfigura le sembianze del mondo, mentre è messa al bando e veleggia lontano la realtà stessa, con la sua umana concretezza e confortante materialità.
Oggi, certo, abbiamo il mare a domicilio (forse quello della vasca da bagno…), in cui a mollo possiamo mirare sullo schermo liquido il grande spettacolo del mondo. Ma in quest’acqua, che ci rende solo un riflesso opaco, non troviamo quel simbolo di purificazione che era. A meno che non si rinvenga ancora nei nostri mari un poco torbidi qualcosa di lustrale. È forse quel che galleggia, quei prodotti che l’industria rovescia sulla piazza per ritemprare una libido sfibrata, quei gadgets che inondano e rinfrescano la fantasia, finché si rivelano appunto per quello che sono, cioè acqua fresca?
In realtà ci deludono questi effetti del “libero gioco del mercato”, un surrogato del movimento casuale delle onde, e ci scoraggiano i progressi della scienza e le meraviglie della tecnica, che fanno sì muovere a gambero le colonne d’Ercole, ma non ci strappano ad una terraferma ogni giorno più sconfinata. Per fortuna ci consola il fatto che su questa nave nessuno sia al timone e che tra la ciurma non si distingua un mozzo da un capitano: ci rallegra l’idea di avere maggiore autonomia e di ammettere come unico padrone il fato, anche se, qualunque sia la rotta, regolarmente la meta coincide con il punto di partenza.
Così, alla fin fine, cerchiamo altro che ci rigeneri e ci bandisca, qualcosa che riesca pure a separarci da questo profluvio di mercanzia, un sovraccarico che riversandosi ingombra la via e ci preclude la partenza. Se, dunque, la domanda di un tempo era “come possiamo anche solo simbolicamente salire su questa nave?”, oggi è diventata piuttosto “come possiamo scenderne?”, come possiamo farci largo in questa congerie di rifiuti e perdere davvero la bussola? La risposta dipende dall’inventiva di ognuno. Ma è certo che se un tempo occorreva essere folli per salire su quella nave, oggi non basta essere sani per poterne scendere. A meno che, riprendendo il poeta, non si debba essere folli per essere sani. E la pittura, lo sappiamo, in questo aiuta.

 

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